Girotondo

C’era nebbia. Una nebbia densa, cremosa, ovattata…
Non appena fui uscito, Tony, il padrone del bar spinse fuori l’ultimo ubriacone e si chiuse la porta alle spalle. La saracinesca scese cigolando ed io mi avviai verso casa.
Guardai con un sentimento misto fra pietà e tristezza l’ubriaco che, trascinatosi a carponi in una nicchia tra il marciapiedi e il muro, si era messo a russare sonoramente.
Il fiasco gli si era rovesciato ed il vino formava una larga chiazza rossa in terra.
Sembrava sangue: e io distolsi gli occhi.
Nel vicolo c’era odore di muffa e di rifiuti. Non vedevo l’ora di allontanarmi.
I miei passi risuonavano secchi sul selciato mentre me ne andavo e l’eco cadenzata del tacco sul suolo duro si perdeva nei vicoli bui, scemando lontano fra i bidoni della spazzatura.
Non avendo niente di meglio da fare, mi misi a fumare. O meglio tentai. Il fiammifero mi si spense fra le dita, forse un colpo di vento. Ne accesi un altro, ma si spense anche quello. E così un terzo. E un quarto. Stavo per arrabbiarmi.
- Lo sai che non devi fumare, hai promesso – mi disse qualcuno – Il Dottor White te l’ha proibito categoricamente, Bill.
La voce proveniva dal bidone della spazzatura. Ed era una voce di donna.
- Chi è là? Chi ha parlato? – chiesi.
Nulla.
Mi avvicinai al bidone della spazzatura e sollevai il coperchio. Dentro c’era quello che mi ero aspettato: rifiuti nauseabondi e tristezza.
Sorrisi e accesi un altro fiammifero. La fiammella tremolò un poco ma rimase accesa.
Per una ragione curiosa la mano mi tremò e il fuoco mi scottò le dita. Imprecai.
Qualcuno rise. Una risata cristallina, femminile.
- Chi è la! – gridai ancora. Eseguii una specie di balletto intorno a me stesso.
Poi lo vidi. Era lassù, su uno stretto cornicione e stava per saltare.
Lo presi al volo fra le braccia. Magnifico gatto. Davvero.
Era un grosso micio nero come il peccato; il suo manto vellutato scagliava riflessi azzurri.
Azzurri come i suoi grandi e liquidi occhi.
Ero poco convinto che fosse stato lui (o lei) a parlare.
- Ti chiamerò Aruala – le dissi. Nel frattempo avevo deciso che era una femmina. Non controllai. Mi basai sul mio istinto. Lei esibì qualcosa che sembrava un sorriso, ma che più probabilmente era uno sbadiglio. Ricambiai con un sorrisone, strizzando più volte gli occhi come è mio solito fare.
Lei mi sgusciò fra le braccia e con un elegante balzo fu a terra. Mi passeggiò intorno con andatura soffice. Sembrava mi stesse studiando. Immaginai una meravigliosa donna imprigionata in quelle forme morbide e affascinanti. Forse era davvero così.
Lei si fermò, si sedette alla maniera dei gatti, si leccò uno zampino e disse esattamente quello che mi aspettavo da un gatto:
- Miaoooo – o pressappoco. Niente di meno. Niente di più. Era un bellissimo micio.
La mia mente ragionava troppo pigramente quella sera: mi ero già dimenticato le parole che avevo udito poco prima. Il micio era simpatico, ma non volevo costringerlo a venire via con me: se mi avesse seguito lo avrei tenuto, altrimenti l’avrei lasciato al suo destino.
M’incamminai lentamente, gettando di tanto in tanto occhiate furtive indietro per verificare se lei mi seguisse. Non mi seguiva. Si era fermata presso un lampione e sembrava sonnecchiasse.
Le andai vicino e mi sedetti sull’orlo del marciapiedi. Gli eventi degli ultimi giorni si misero a vorticarmi tumultuosamente in testa. Mi ritrovai a piangere senza volerlo. Poggiai i gomiti sulle ginocchia, le mani sotto il mento e stetti lì a guardare l’orizzonte parzialmente occultato dalle masse oscure e squadrate dei grattacieli.
Allungai quindi una mano e accarezzai Aruala. Ricevetti una scossa improvvisa, lancinante!
Sentii un calore istantaneo espandersi per tutto il corpo. I grattacieli incominciarono a vibrare sul proprio asse, tutto si fece confuso e indistinto. Cadevo in un pozzo tenebroso e senza fine.
Poi finalmente mi svegliai. Un lento e faticoso ritorno alla realtà.
Intorno a me tante di quelli che sembravano volti ansiosi. Ne riconoscevo solo l’ovale, la massa dei capelli e le file di denti in bella mostra. Ora sembrava stessero sorridendo. Sì, sorridevano, forse.
L’ambiente era di un bianco candido. L’aria sapeva di disinfettanti. Ero in un ospedale.
- Come va, Bill? – abbaiò la faccia più sorridente di tutte – Allora Bill?
La vista non mi era ancora tornata completamente, ma l’udito era buono.
Sentii qualcuno bisbigliare:
- Sembra che non reagisca. Non vorrei che avessimo…
- No, è solo disorientato. Tutto qui.
Le immagini nella mia mente erano confuse. Chi ero? Bill. Bill? La mente tornò ad illuminarsi a sprazzi. Mentre i pensieri si facevano via via più lucidi. Ora ricordavo.
Ero Bill Damon, lo scemo di Sillusy. Ma ora…Possibile? Ora mi rendevo conto della mia deficienza, degli scherzi cattivi nei miei confronti, delle ingiustizie, della mia vita squallida…
C’era qualcosa dentro di me che rapidamente si stava espandendo e si creava spazio nel mio cervello. Volevo sapere, sapere, sapere. Conoscere. Capire. Ed ero anche sicuro di poter comprendere ora, di poter finalmente essere in grado di capire le cose che mi venivano dette.
Sentivo che dovevo dire qualcosa. Loro stavano aspettando.
- Cos’è successo? Oh, Dottor White, salve! Sara Jane…Mr Simon anche lei!!! Sono confuso…
Fu il Dottor White a parlare:
- Ragazzo mio, ce l’abbiamo fatta! L’intervento è riuscito. Ora, grazie a te, la micro elettronica applicata alla medicina farà sì che tanti ritardati mentali potranno ritornare a comunicare e vivere una vita più dignitosa. Sì, ragazzo mio. Ora sei normale…normale…normale…NORMALE.
Il Dottor White non era più il Dottor White, ma una gigantesca scimmia dorata dagli occhi iniettati di sangue. Mi svegliai di soprassalto. Ero tutto sudato.
Che strano. Un sogno nel sogno. Non mi era mai successo. Mi allungai verso l’altra metà del letto. Laura stava ancora dormendo. Fuori era giorno. La luce filtrava attraverso i fori delle serrande e creava magici giochi di luce nella stanza avvolta nell’oscurità. Mi stirai soddisfatto e mi alzai, rimuginando ancora sullo strano sogno di quella notte e chiedendomi se avrei fatto tardi ad aprire il bar . Cercando di non far rumore per non svegliare Laura, mi diressi in cucina come uno zombie affamato. Impiegai una buona mezzora per trovare il caffè e trafficai con la caffettiera per prepararlo. Finalmente riuscii ad ottenere qualcosa di vagamente somigliante a caffè, almeno nel colore.
Ne bevvi un sorso torcendo la bocca e ne portai anche a Laura.
Mi cadde la tazza in terra e sentii un dolore lancinante alla testa.
Mi svegliai al rumore di qualcosa che cadeva e andava in frantumi. Sbadigliai.
Tony non era accanto a me.
- Amore? Che stai facendo? – chiesi con voce impastata. Ero ancora confusa per lo strano e contorto sogno che avevo fatto.
- Niente, Laura. Pensavo di farti una sorpresa portandoti il caffè a letto…ma mi è caduta la tazza. Ehmmm…cocci, amore.
- Oh, non ti preoccupare. Sai Tony, stavo proprio sognando di essere te e di essere andata in cucina per preparare il caffè ad una me stessa che stava ancora dormendo. Curioso no? Ma la cosa ancor più curiosa è che prima, sempre in sogno, sono stata anche uno sconosciuto che aveva a che fare con un gatto e un tale Bill, uno che aveva problemi mentali. Tony? Ma mi stai sentendo?
- Eh? Oh, sì, sì, certo amore.
- Uhm…immagino che la tazzina fosse quella del servizio vecchio, vero? Dimmi che è così.
- Cosa amore?
- La tazza, dico. Era del servizio vecchio?
- Temo di no, Laura. Ho rotto proprio quella del servizio di…
- Ma dài! – gridai – Era un regalo della mamma. Come mi dispiace…
Come mi dispiace…dispiace…piace…piace..

Tutto prese a girare intorno. Ero sul marciapiedi. Accanto al lampione..
Quell’uomo era davvero lì seduto: mi stava accarezzando.
Poi si alzò, mi guardò tristemente e se ne andò. Mi leccai le zampine e feci la mia toeletta. Mi stiracchiai. Rimasi un po’ indecisa se seguirlo o meno. Sembrava amichevole. Secondo me amava i gatti. Ogni tanto si girava per controllare se lo seguivo. Era simpatico. Come mi aveva chiamato quell’altro nel sogno? Ar…Aru...Aruala: sì. Forse anche lui mi chiamerà così.
Che poi è l’anagramma del mio vero nome. Strano sogno quello che ho fatto, però.
Decisi di seguirlo. Si dirigeva nella nebbia verso una fonte di luce sempre più intensa.
Dio che luce! Mi fa male agli occhi!!! Mi ferisce!
Mi svegliai con un sussulto. La testa mi pulsava. Il suolo sotto di me era umidiccio. Il vino si era rovesciato completamente. Guardai la saracinesca sconsolatamente abbassata. Il bar di Tony era ancora chiuso. Mi alzai a fatica mentre tutto mi turbinava intorno a causa della terribile sbornia.
Avevo fatto un lungo e tormentato sogno. Un sogno in cui ero stato perfino una gatta.
Risi. Dovevo smetterla di bere, per dio!
Davanti alla sede della Caritatis c’era la solita fila interminabile e sinuosa nonostante l’ora.
Da poco l’alba aveva gettato la sua luce violacea sul paesaggio avvolto dalla nebbia ed io non avevo alcuna voglia di stare lì in attesa solo per poter mangiare un po’ di pane e bere del latte caldo.
Non so cosa mi prese nel cervello a quel punto. So solo che, pervaso da una follia omicida, incominciai a saltare addosso agli altri poveracci che come me facevano la coda. Li pestai a sangue, con i calci, con i pugni, mordendo con i denti. Nessuno reagiva.
Continuai a picchiare e picchiare finchè il suolo non divenne rosso sangue.
Alla fine fui la sola persona viva dinanzi alla mensa. Dio mio! Che cosa avevo fatto?
Mentre riflettevo sulla mia follia omicida, la porta dell’edificio e l’edificio stesso, compresi i corpi che giacevano sulla strada, si fecero sempre più piccoli. Stavo crescendo, crescendo, crescendo.
I grattacieli divennero modellini e li potevo schiacciare con un piede. Non capivo che cosa mi stava succedendo, ma un’euforia smisurata si fece strada in me. Finalmente. Finalmente! Finalmente avrebbero smesso di prendermi in giro per la mia stupidità. Ora ero diventato più alto di tutti e potevo schiacciare chiunque come se fosse stato una formica.
Non ero più un ritardato, un rifiuto della società, un alcolizzato. Ero un gigante!
Crebbi, crebbi ancora..e ancora. Sino a che la terra non fu altro che una palla azzurra e verde striata di bianco, finchè la galassia non fu altro che una girandola, una spirale multicolore che ruotava pigramente su sé stessa, finchè l’universo non fu altro che una specie di ameba grigio azzura in espansione costante…
Fu a quel punto che mi svegliai. Ero caduto in un profondo torpore, la testa mi doleva come se qualcuno mi avesse trapanato il cervello.
Chissà che ora era?
Cristo che sogni strani e ingarbugliati la mia mente mi aveva regalato! Come tante scatole cinesi: una dentro l’altra. Mi sfregai gli occhi. Ero ancora seduto al tavolo del bar di Tony.
Le luci erano state abbassate e Tony stava per chiudere. Mi frugai nelle tasche alla ricerca di alcuni spiccioli e li lasciai sul tavolo senza contare.
Uscii.
Tony spinse fuori l’ultimo ubriacone e si chiuse la porta alle spalle.
La saracinesca scese cigolando ed io mi avviai verso casa.
C’era nebbia. Una nebbia densa, cremosa, ovattata…

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La nebbia, dove tutto si confonde e sconfina nell'irreale

ritratto di Grifabio
Straordinaria abilità nel cambiare continuamente il punto di vista della voce narrante, senza creare intoppi alla lettura. Mi è proprio piaciuto!
Yohv