In to the wild - Nelle terre selvagge
C'è un ragazzino figlio di papà neolaureato in cazzatologia, tal Christopher McCandless, che in preda a forte scazzo regala tutti i suoi soldi ad una stronzissima ONG e parte per l'avventura. Il suo sogno è l'Alaska, andare a vivere nelle terre selvagge assieme agli orsi, in mezzo ai boschi, nella Natura. Si prepara per la grande avventura girovagando per la grande America e facendo i più svariati incontri: contadini, hippie, ex militari. Nonostante la buona volontà che tutti questi metteranno nel cercare di far capire a Christopher che ha la testa piena di cazzate ambientaliste (ci si metterà pure una gran bella figa di cui mi sfugge il nome, che lui rifiuterà per motivi fiscali) il Nostro partirà coraggiosamente alla volta del grande Nord, per andare a ficcarsi in un pulmino abbandonato in mezzo alla foresta. Qui, finalmente solo, lontano da tutto e da tutti, capirà in punto di morte che ha fatto una colossale stronzata (resa acor più colossale dal non essersi fatto la strafiga di poco fa).
No, vabè, scherzi a parte, il film è un cazzo di capolavoro. Nel senso che è bellissimo e basta: il signor Sean Penn s'è portato appresso un tizio francese, Éric Gautier, che fa il fotografo e il documentarista, e le immagini che il film regala, le spettacolari vedute delle montagne, della pianura, del deserto, dei tramonti, delle nuvole, dei fiumi, dei fiori, degli animali, sono assolutamente magnifiche. C'è sicuramente un bel po' di Werner Herzog in questo Penn; non solo per quel che la telecamera riprende, tanto per quella sensazione tangibile di fatica che sta dietro ogni inquadratura; fatica per aver dovuto camminare fino ad una certa location sperduta nella foresta, per il caldo che la troupe sta patendo nel deserto, o per il povero Emile Hirsch che è dovuto dimagrire 20 chili e che per entrare nel personaggio ha vissuto davvero come lui e non ha neppure festeggiato il suo compleanno, che cadeva nel bel mezzo della lavorazione.
Tratto da una storia vera (lo dico sempre che non c'è limite all'idiozia umana), Sean Penn ha dovuto inseguire questo progetto per ben 10 anni, tampinando la vera famiglia di Christopher per ottenere il permesso di usare la vicenda. Non è solo nella straordinaria confezione visiva il valore di 'In to the wild': la sceneggiatura è molto ben calibrata, e ci descrive via via questo personaggio che se da un lato non può non attirare le nostre simpatie per questa sua vitalità, questa sua vocazione alla libertà estrema, a costo di qualsiasi cosa (come si può non trovare simpatico uno che se ne frega al punto da bruciare i suoi soldi e tagliarsi da solo le carte di credito per lanciarsi in un viaggio assurdo senza alcun programma?), dall'altro si premura di precludercene l'identificazione completa facendolo così superbo, così pieno di sè, così saccente e così coglione da non rendersi conto che, dagli hippie ai contadini, dalla ragazzina al vecchio militare, tutti gli gridano di lasciar perdere. Perchè la natura che va cercando non è amica nè nemica: semplicemente se ne fotte di tutto, e non ammette errori. E' nelle ultime scene che si disvela la matassa, che viene risolta questa strana shizofrenia generata nello spettatore dalla presenza in scena di questo protagonista irrecepibile: "La felicità può essere solo condivisa" scrive. Poi si mette giù ed immagina quello che sarebbe stato se invece che fuggire in Alaska fosse tornato a casa.
Ah, c'è un grandissimo William Hurt nella parte del padre. Era tanto che non lo vedevo così.

Commenti
La felicità può essere solo condivisa
… ed è stata proprio quella frase finale che ha rovinato il film … non so se sia vera, autografa, oppure un’invenzione di sean penn; se c’è un libro prima del film io non l’ho letto e quindi non posso dire come era la versione scritta.
Se è autografa significa che il personaggio è deludente, gli è mancato il coraggio proprio quando non ne aveva più bisogno, proprio quando tutto andava nella direzione che aveva scelto forse inconsapevolmente.
Se è un’invenzione di sean penn allora è una stronzata colossale perché è penn che ha sprecato un’occasione per una parodia della discesa di cristo in terra, quello che avrebbe dovuto bere ogni nostra disgrazia, farsi carico di ogni nostro difetto, dare a noi l’occasione per distrarci dalle minime meschine e quotidiane cazzate che ogni giorno adoperiamo per poter vivere ancora un poco.
La fotografia è splendida, la sensazione quando finisce il film fastidiosa, la faccia da culo di William hurt sempre la stessa … forse aveva dei ceci sotto le ginocchia quando piange in mezzo alla strada, non c’è altra spiegazione per quell’espressione così naturalmente dolorosa.
ocramocra
ps. continuo a non vedere nulla
Non capisco, guarda che
Ah, stasera ho visto Transformers 1 e 2. Ci ho riflettuto parecchio, e ho capito in cosa differiscono da questo film: i robot. In "In to the wild" non ci sono i robot!
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La guerra è pace
La libertà è schiavitù
L'ignoranza è forza
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Miro ai lampioni che s'oppongono alla Luna, miro ai prepotenti, miro ai coglioni.
(G.L. Ferretti - Come bambino)
riguarderò
Ho visto il film una volta sola e, adesso, leggendo le tue osservazioni, mi tornano in mente altri particolari … rimane però una sensazione sopra le altre: che lui vivesse in maniera ottusa ma straordinariamente convinta delle sue idee e si limitasse ad osservare, lungo la strada per l’alaska, ciò che succedeva intorno a lui. Semplici osservazioni e catalogazioni.
ocramocra
Che lui sia straconvinto è
E poi no, non mi sembra che osservi e basta: quando i due hippie si rimettono assieme dopo la sua consulenza matrimoniale, lui se ne va. Decide di agire anche quando si nega la tipa, in fondo. E con lei canta alla festa dei freakkettoni. Coi contadini si dedica al lavoro nei campi: quando è giù nella cisterna il tizio di Psycho gli chiede: "Ti piace tutto questo?" e lui risponde: "Sì, mi piace tutto questo!". Ma poi, al bar, il dialogo è più o meno:
"L'Alaska, amico, le grandi terre selvagge."
"Sì!"
"E la natura incontaminata..."
"Sì! Sì! Ma cosa fai quando arrivi lì?"
Da ultimo, il vecchio militare arriva a dirglielo chiaro e tondo: "Ma vivi così, in mezzo alla sporcizia?"
E lui, di nuovo, non si limita ad osservare: si costruisce la cintura.
Ovvio che il personaggio finisca per essere simpatico, che il regista (che si identifica molto chiaramente nella figura del vecchio artista che predica l'amore universale in una scena di contorno) faccia il tifo per lui. Solo che c'è questa incombenza della realtà, non solo nel finale, ma distesa su tutto il racconto, che lo rende veramente interessante anche da un punto di vista letterario.
Ora mi tocca leggere il libro.
Vabè, ho appena finito The Stand. Ah, la tipa di Transformers è una fica paurosa, sì.
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Ehi, ocra e Ad
Non parlate così delle donne! Ecchemodisò? nun potete invorgarille così! E poi alle 3 de notte, quanno nun ve se pò risponne. Ma attenti, io me svejo spesso alle 3 de notte. Mò sò che devo fa. Invece de disperamme, vengo a parlà cò voi.
...................."O conchiglia marina, figlia della pietra e del mare biancheggiante, tu meravigli la mente dei fanciulli" Alceo, tradotto da Quasimodo
Uhm, forse non hai capito
Uhm, forse non hai capito bene di chi stiamo parlando:



Come puoi pensare che a qualcuno sano di mente possa fregare qualcosa di cosa ne pensa questa qui della crisi economica mondiale?
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